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Chissà se qualcuno della famiglia Papei, avrà preso
parte al lungo conflitto che nel '500 oppose i senesi ai
fiorentini? Non lo sappiamo, ma abbiamo azzardato l'ipotesi
che, dopo la caduta di Siena, Lorenzo Papei da Belforte,
possa aver fatto parte di quelle truppe mercenarie presenti
nel territorio intorno a Casole d'Elsa. Un altro Papei,
Vincenzo, fu arruolato invece nell'esercito regolare: di lui
non conosciamo quasi nulla, né il nome dei genitori, né la
provenienza, anche se abbiamo quasi la certezza che fosse
del nucleo di Valmontone.
Nel suddetto corpo erano generalmente arruolate le
persone più basse di statura, come ci conferma un registro
matricolare del 1865, attraverso il quale veniamo a
conoscenza che fra gli appartenenti alla seconda categoria,
c'era un certo Cesare (di Giovanni), garzone a Radi, alto un
metro e cinquantotto, mentre il fratello che faceva il
vetturale e si chiamava Raffaello, lo superava di "ben" 4
centimetri. Pur considerando che la statura media degli
uomini di allora si aggirava sul metro e sessantasei e che
l'altezza minima per essere fatti abili era di un metro e
cinquantasei, possiamo trarre la conclusione che i Papei
fossero persone piuttosto basse, come del resto lo era la
maggioranza.
Diversa sorte ebbero altri quattro fratelli: Elio,
Gino, Dino ed Enrico (di Narciso), che parteciparono
all'intera seconda Guerra Mondiale, ritornando tutti a casa
sani e salvi. Dino ed Enrico furono inviati in Corsica e
Sardegna; Elio dovette invece andare in Albania, ma
fortunatamente, l'8 settembre del 1943, giorno
dell'armistizio, si trovava in licenza a Siena e così per lui
la guerra da soldato ebbe fine.
Per avere una visione generale di quelli che furono i tragici
avvenimenti che si
succedettero nell'ottobre del '17, abbiamo voluto riportare uno
stralcio della "Storia del
Regno d'Italia" di Indro Montanelli. - "...Cadorna non aveva
creduto possibile un attacco
nemico in grande stile nel mese di ottobre, tanto che se n'era
andato in vacanza. Il 13 il
Generalissimo ricevette un rapporto del Servizio informazioni
secondo il quale c'era da
prevedere come "molto prossima" un'offensiva nemica nel settore
di Tolmino. Ma non si
mosse da Vicenza perchè, secondo lui, un'offensiva in quella
stagione non era pensabile.
Solo dopo che il generale Capello, che comandava la II Armata,
gli comunicò che anche
secondo i suoi "servizi" il nemico si preparava ad attaccare,
Cadorna, il 19, si decise a
tornare a Udine. Inchiodato sul fronte francese, il Comando
germanico aveva deciso di dare
una "spallata" a quello italiano, prima che l'America facesse
sentire il suo peso. Perchè
la sorpresa funzionasse, sette divisioni furono rivestite in
uniformi austriache e
spostate di notte. Alle due del mattino del 24 ottobre
l'artiglieria austro-tedesca si
scatenò battendo però solo un tratto di quattro o cinque
chilometri. Subito dopo un
battaglione comandato dal ventiseienne Erwing Rommel, destinato
a diventare la famosa
"volpe del deserto" della seconda guerra mondiale, penetrava
nella piccola breccia
spingendosi dieci chilometri alle spalle delle nostre linee.
Della drammatica realtà,
Cadorna cominciò a prendere coscienza solo nella notte fra il
26 e il 27, quando già la
stessa Udine era minacciata dalle avanguardie nemiche. Il
fronte era stato tagliato in due
tronconi e nella falla di Caporetto, larga ormai una
cinquantina di chilometri, il grosso
del nemico irrompeva a fiumana. Solo la III Armata del Duca
d'Aosta si stava sganciando con un certo ordine. Ma la II, quella di Capello era in piena
dissoluzione e ridotta a una
torma di fuggiaschi che intasavano le comunicazioni e vi
creavano il caos. Il 27 Cadorna
diramò l'ordine di ripiegare sul Tagliamento, ma pochi furono
i reparti che lo
ricevettero. In quel marasma nulla più funzionava, e il
ripiegamento si fece non per
piano, ma per fuga. Solo il 28 il Generalissimo si decise ad
annunziare la disfatta. La
catastrofe sembrava irrimediabile. Udine era caduta, Venezia
quasi alla portata delle
artiglierie nemiche, 300.000 uomini erano rimasti chiusi nella
morsa, tremila cannoni,
depositi, magazzini erano stati abbandonati, e un milione di
soldati cercavano scampo
senza sapere dove. Cadorna, che aveva molto stentato a rendersi
conto dell'entità del
disastro, stentò ancora di più a fissare un piano, cioè un
punto di resistenza. Pensava di
attestarsi sul Tagliamento e quando seppe che il fiume era
stato raggiunto dal nemico,
decise per il Piave. Ma non furono di certo le resistenze
approntate a fermare l'avanzata
nemica. Contro gli austro-tedeschi finì per giuocare lo stesso
elemento che aveva giuocato
contro di noi: la sorpresa. Essi non si aspettavano di
provocare un crollo cosi totale. I soldati di
Rommel che a marce forzate raggiunsero la sponda del Piave
avevano il vuoto alle spalle, e
dovettero aspettare quasi due settimane prima che il grosso
sopraggiungesse. E in quelle
settimane, molte cose erano cambiate, a cominciare dal
comandante supremo italiano...". | |||||